In memoria di Roberto Crescenzio

A Torino si poteva morire a 22 anni solo per caso, in uno dei momenti più tristi della storia della mia città.

Torino stava subendo uno stillicidio di episodi di violenza politica: i terroristi avevano appena ucciso il brigadiere Ciotta, l’avvocato Croce. E poi c’erano i feriti: il caporeparto e il funzionario Fiat Diotti e Palmieri, il dc Puddu, il giornalista de «L’Unità» Ferrero.
Quella grigia mattina di ottobre, un sabato, un corteo di tremila ragazzi manifestava per l’uccisione a Roma, da parte dei neofascisti, di Walter Rossi. All’improvviso dal corteo partirono le molotov contro il bar “Angelo azzurro” di via Po, da tempo indicato come un bar di «fasci». Il rogo fu violento. Tutti fuggirono, tranne Roberto Crescenzio, studente-lavoratore, intrappolato nel bagno. Le fiamme lo avvolsero, uscì dal bar e si sedette per la strada su una sedia di plastica blu. Lì vide la propria fine riflessa negli sguardi terrorizzati, smarriti, increduli, pietosi di chi gli stava intorno. Roberto morì due giorni più tardi, a causa delle gravi ustioni riportate su tutto il corpo, dopo essere sempre rimasto cosciente.

La foto che lo ritrasse seduto e semicarbonizzato suscitò grande emozione e orientò l’opinione pubblica più di tutti i comunicati e gli sforzi delle istituzioni pubbliche e dei partiti. Ai suoi funerali 20 mila torinesi in lacrime, stretti gli uni agli altri operai, studenti, autorità mute.

Pioveva e faceva freddo. I fiori delle corone si sfaldavano sull’asfalto lucido. I ragazzi stringevano dei fiori tra le mani, ma con uno sguardo incredulo, come sa essere solo quello dei giovani davanti a cose troppo difficili da capire.

La giustizia italiana non arrivò mai a chiarire chi lanciò le molotov contro il bar.

Era il 1° ottobre di trent’anni fa.

(liberamente tratto da Marina Cassi, http://www.lastampa.it)

Volantino F.G.C.I. del 2 ottobre 1977

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Published in: on domenica, 30 settembre, 2007 at 4:58 pm  Lascia un commento  

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