Un motivo in più per tirare un sospiro di sollievo

La caduta dell’ultimo governo riapre uno spiraglio di speranza, nonostante la grave situazione economica, circa la possibilità di mantenere un servizio sanitario efficiente in Italia.

Negli ultimi anni l’Italia è scivolata sempre più indietro nella classifica dei paesi OCSE quanto a spesa sanitaria. Il che non è di per sè un dato negativo, in quanto l’Italia (o meglio alcune delle Regioni più virtuose) ha migliorato il controllo della spesa meglio di altre nazioni. Il tasso di crescita annuale della spesa pro-capite è stato dell’1,6 per cento, contro una media Ocse del 4 per cento. E’ chiaro che questo rallentamento della spesa è da imputare alla critica situazione in cui si trova la finanza pubblica e all’incapacità di alcuni ministri a governare il momento di crisi, procedendo a tagli lineari che di solito portano ad un risultato opposto a quello che si vorrebbe far credere.

Infatti molte Regioni, per far quadrare i conti, hanno di fatto abolito gli obiettivi tradizionali per i Direttori Generali delle ASL, affidando loro come obiettivo prioritario, se non esclusivo, la riduzione delle spese.

In questo modo è stato dato un messaggio tanto chiaro quanto distruttivo: non importa cosa facciano le ASL e come lo facciano, importa solo spendere di meno ed incassare di più.

In questo modo è anche stato rinnegato un principio basilare su cui avrebbe dovuto poggiare la presunta gestione manageriale delle aziende sanitarie, ossia lo stretto legame tra la gestione del budget ed il raggiungimento di obiettivi di salute. Questo dovrebbe essere il rapporto su cui valutare l’efficienza dei servizi pubblici: minor spese e pari (o maggiori) servizi.

Invece la situazione che è stata creata presuppone un contenimento del budget slegato da obiettivi di salute. Con il bel risultato che, spendendo di meno, si produce molto di meno in termini di salute, non si ottengono risparmi ma solo degli sprechi maggiori.

Ma tornando alle statistche OCSE (OECD Health Data 2011), il nostro Paese figura oggi al diciottesimo posto sui 34 Paesi aderenti quanto a spesa sanitaria pro-capite. Dieci anni fa era a metà strada tra i Paesi che spendevano di più (Francia, Germania, Canada, USA) e quelli che spendevano meno (Gran Bretagna, Giappone, Spagna). Oggi è stabilmente in quest’ultimo gruppo.

Nel 2009 la spesa pro-capite per la salute è stata di 3020 dollari in Italia, oltre 7500 negli USA, oltre 4000 in Germania, 3872 in Francia, 3300 nel Regno Unito e così via, per cui siamo dietro anche a Paesi più piccoli come la Svizzera, i Paesi Bassi, la Norvegia, la Danimarca, l’Austria, il Belgio.

Ma anche se si considera la spesa sanitaria in rapporto al PIL le cose non cambiano. Anche in questa classifica l’Italia si colloca oggi al diciottesimo posto con il 9,1% di spesa sanitaria sul PIL, superata nel 2009 da Portogallo, Grecia, Spagna e Regno Unito. I maggiori Paesi hanno da tempo oltrepassato la soglia del 10 per cento, come la Francia (11,5 per cento), la Germania (11,2 per cento), il Canada (10,8 per cento), per non dire degli Stati Uniti, che hanno raggiunto addirittura il 16,6 per cento . Va tuttavia considerato che la graduatoria si basa sul rapporto tra due grandezze e dunque risente dell’andamento del Pil (al denominatore), che negli ultimi anni in Italia è crollato.

E allora dove sta la buona notizia? la buona notizia è che l’Italia, nonostante i ministri che si è ritrovata in questi ultimi anni, ha saputo controllare meglio di altri Paesi la dinamica della spesa sanitaria senza intaccare, finora, l’efficacia del suo sistema sanitario nazionale. Uno dei motivi è che la gestione della salute dal 2001 (dopo la riforma del titolo V della Costituzione voluta dal primo Governo Prodi) è stata sottratta allo Stato e consegnata alle Regioni che, soprattutto al nord, hanno saputo razionalizzare al meglio le risorse disponibili.

E se dieci anni fa l’Italia, secondo l’ultimo report disponibile dell’Organizzazione mondiale della sanita (vedi Report OMS) disponeva del miglior servizio sanitario al mondo dopo quello francese, oggi è un dato di fatto che siamo al terzo posto mondiale quanto ad aspettativa di vita (81,8 anni) dietro solo al Giappone ed alla Svizzera.

Quindi spendere di più o di meno non è di per sè garanzia automatica di risultati migliori o peggiori e non vi è ad oggi un’evidenza scientifica di un rapporto tra spesa e miglioramento del livello medio delle condizioni di salute.

Tutto questo non fa che confermare quanto dicevo all’inizio. Se non fosse che ci troviamo in un momento drammatico per le finanze pubbliche, non vi sarebbe motivo per negare le risorse necessarie a garantire una crescita della spesa sanitaria nei termini in cui si è verificata negli ultimi dieci anni, quando è cresciuta mediamente dell’1,6% all’anno a fronte di una crescita media dei prezzi del 2% e dell’aumento più che doppio che hanno sostenuto gli altri Paesi OCSE.

E invece l’Italia con l’ultimo governo ha intrapreso un’altra strada, quella del sotto-finanziamento, con il rischio che, come detto, si arrivi ad una drastica riduzione delle prestazioni e ad un mantenimento degli sprechi, questi sì finora intangibili.

Liberamente tratto da: “L’Italia virtuosa della spesa sanitaria” di V.Mapellli in http://www.lavoce.info.
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Published in: on domenica, 13 novembre, 2011 at 3:41 pm  Comments (2)