Buon 2009

…Venivano dalle fabbriche del Nord dove erano stati costretti a mettere molto giustamente in cassa integrazione 1.200 operai. Io pensai allora alla mia grandissima fortuna di essere impiegato e sentii per loro molta gratitudine e decisi che per il futuro sarei stato ancora più servile e riconoscente.

Parlavano di vacanze: “Non si sa più dove andare: Riccione, Viareggio, la Riviera un vomito, ovunque gente oscena!”. Io ci rimasi male perchè capii che al solito sbagliavo tutto, io che da 2 anni mettevo da parte i soldi per portare mia moglie e mia figlia sulla costa adriatica. Avevano le famiglie a Gstaad in Svizzera, un posto che non conoscevo “per tener lontani almeno loro da tutto questo schifo che è l’Italia”. Io per un attimo mi permisi di pensare che in fondo è l’Italia che avevano costruito loro, la classe dirigente, ma non mi sentii di insistere troppo.

Io li guardavo sempre ammirato quando il treno entrò lentamente a Termini. Sulla banchina c’era una lunga striscia di braccianti calabresi che venivano dalla Svizzera…

Gli emigrati erano seduti sulle loro tremende valigie di cartone tenute chiuse con gli spaghi. Avevano le facce magre e scure, marmorizzate in un dignitoso dolore. Eravamo tutti al finestrino. Il Megapresidente disse: “E’ stato un anno davvero terribile”. “Per chi?” domandò trillando il Sig. Direttore Generale. Ma come per chi? mi permisi di pensare io, non vedi come sono ridotti questi poveretti? E il Sig. Megapresidente: “Perchè non abbiamo mai avuto a Gstaad una neve così poco farinosa!”

Da: “Le lettere di Fantozzi”, di Paolo Villaggio, Rizzoli editore, 1976

Published in: on giovedì, 1 gennaio, 2009 at 2:55 pm  Comments (1)  
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In memoria di Roberto Crescenzio

A Torino si poteva morire a 22 anni solo per caso, in uno dei momenti più tristi della storia della mia città.

Torino stava subendo uno stillicidio di episodi di violenza politica: i terroristi avevano appena ucciso il brigadiere Ciotta, l’avvocato Croce. E poi c’erano i feriti: il caporeparto e il funzionario Fiat Diotti e Palmieri, il dc Puddu, il giornalista de «L’Unità» Ferrero.
Quella grigia mattina di ottobre, un sabato, un corteo di tremila ragazzi manifestava per l’uccisione a Roma, da parte dei neofascisti, di Walter Rossi. All’improvviso dal corteo partirono le molotov contro il bar “Angelo azzurro” di via Po, da tempo indicato come un bar di «fasci». Il rogo fu violento. Tutti fuggirono, tranne Roberto Crescenzio, studente-lavoratore, intrappolato nel bagno. Le fiamme lo avvolsero, uscì dal bar e si sedette per la strada su una sedia di plastica blu. Lì vide la propria fine riflessa negli sguardi terrorizzati, smarriti, increduli, pietosi di chi gli stava intorno. Roberto morì due giorni più tardi, a causa delle gravi ustioni riportate su tutto il corpo, dopo essere sempre rimasto cosciente.

La foto che lo ritrasse seduto e semicarbonizzato suscitò grande emozione e orientò l’opinione pubblica più di tutti i comunicati e gli sforzi delle istituzioni pubbliche e dei partiti. Ai suoi funerali 20 mila torinesi in lacrime, stretti gli uni agli altri operai, studenti, autorità mute.

Pioveva e faceva freddo. I fiori delle corone si sfaldavano sull’asfalto lucido. I ragazzi stringevano dei fiori tra le mani, ma con uno sguardo incredulo, come sa essere solo quello dei giovani davanti a cose troppo difficili da capire.

La giustizia italiana non arrivò mai a chiarire chi lanciò le molotov contro il bar.

Era il 1° ottobre di trent’anni fa.

(liberamente tratto da Marina Cassi, http://www.lastampa.it)

Volantino F.G.C.I. del 2 ottobre 1977

Published in: on domenica, 30 settembre, 2007 at 4:58 pm  Lascia un commento