La fiducia è bene, il controllo è meglio.

Ovvero: come vivere in un Paese di tuttologi che ignorano la legge fondamentale dello Stato in cui vivono.

In questi giorni si sente parlare di frequente, e sovente a sproposito, della fiducia che il Parlamento dovrebbe conferire ad un ipotetico, ed ancora in gestazione, Governo.

La cosa buffa è che la risposta ai tanti dubbi è sotto gli occhi di tutti e che chiunque può essere in grado di sbugiardare chi va blaterando di fiducia data o non data senza sapere di cosa parla.

La risposta è nella nostra tanto bistrattata Costituzione, che qualche politicante si propone continuamente ed ostinatamente di voler modificare. Salvo non farlo quando ne ha la possibilità. Ma questo è un altro discorso.

L’articolo 94 della Costituzione dice delle cose tanto semplici ma tanto chiare che non è nemmeno necessario scomodare Benigni per farcele capire.

“Il Governo deve avere la fiducia delle due Camere”, quindi sia alla Camera sia al Senato ci deve essere una maggioranza disposta ad approvare il programma che il Governo (se si formerà) presenterà al loro giudizio. Per questo motivo, se un partito o una coalizione non dispone della maggioranza dei voti in entrambe le Camere, deve raggiungere un accordo con altre forze politiche che quei voti possono offrire. E il motivo è semplice: se hai ottenuto alle elezioni un grande consenso popolare puoi governare da solo. Se il tuo consenso supera di poco quello ottenuto dagli altri allora dovrai fare i conti con loro.

“Ciascuna Camera accorda o revoca la fiducia mediante mozione motivata e votata per appello nominale”, il che vuol dire che come la fiducia viene data con una semplice votazione, altrettanto facilmente può essere revocata.

“Entro dieci giorni dalla sua formazione il Governo si presenta alle Camere per ottenerne la fiducia”. E qui sta il bello della nostra democrazia: il presidente della Repubblica, dopo aver sentito i rappresentanti di tutti i gruppi parlamentari, incarica Tizio di formare un Governo che si presenta all’esame del Parlamento per ottenerne la fiducia. E il Parlamento, unico organo costituzionale in cui siedono i rappresentanti diretti del popolo, decide se accordare la fiducia. E quindi, lo capirebbe anche un bambino, accordare la fiducia non implica la partecipazione di un gruppo politico al Governo stesso. Si può votare la fiducia al Governo senza farne parte, come in passato è già successo. Ma se poi si ritiene che la fiducia sia stata mal riposta, la si può ritirare con una semplice mozione da sottoporre al voto del Parlamento. Capito? una cosa è concedere la fiducia, un’altra è il controllo sull’operato del Governo, che può portare alla revoca della fiducia. Controllo e fiducia sono due cose ben distinte!

“Il voto contrario di una o d’entrambe le Camere su una proposta del Governo non importa obbligo di dimissioni”. Ovvio, abbiamo appena detto che il Governo cade solo se viene approvata una mozione di sfiducia, per cui può benissimo succedere che la fiducia permanga anche se una proposta del Governo viene bocciata dalle Camere.

“La mozione di sfiducia deve essere firmata da almeno un decimo dei componenti della Camera e non può essere messa in discussione prima di tre giorni dalla sua presentazione”. Tizio (che nel frattempo ha ottenuto la fiducia ed è diventato Presidente del Consiglio) non rispetta gli accordi che hanno portato a concedergli la fiducia? bastano 63 deputati o 32 senatori per andare a votare l’eventuale sfiducia nel giro di tre giorni.

A volte le cose sembrano molto più complicate di quanto in realtà non siano. Vero?

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Dal messaggio di fine anno del Presidente della Repubblica Sandro Pertini del 31 dicembre 1981: “Io guardo ancora al domani, pur essendo il mio animo angosciato, io guardo ancora all’avvenire del popolo italiano con speranza e con FIDUCIA. Riuscirà questo popolo nostro a rialzarsi, riusciremo a rialzarci, italiane e italiani! Perchè io credo nel popolo italiano! E’ un popolo generoso, laborioso, non chiede che lavoro, una casa e di poter curare la salute dei suoi cari. Non chiede quindi il paradiso in terra. Chiede quello che dovrebbe avere ogni popolo. Ogni popolo che ha raggiunto un certo progresso, come lo ha raggiunto il popolo italiano. Io credo nel popolo italiano!”

Alleanza PDL-PD e Renzi Presidente del Consiglio!

Questa la proposta-shock che Berlusconi potrebbe fare nei prossimi giorni a Bersani. L’ex presidente del consiglio non ha mai nascosto la propria simpatia per il sindaco di Firenze e il possibile accordo di desistenza tra PD-SEL e Movimento 5 stelle che si sta profilando in queste ore lo ridurrebbe a poco più che una comparsa nel nuovo Parlamento.

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Ecco allora aprirsi la strada ad una proposta veramente scioccante: un governo di legislatura sulla falsariga della Grosse koalition tedesca, in cui i due blocchi finora rivali potrebbero disporre di una maggioranza schiacciante sia alla Camera che al Senato, anche se si sfilassero i rappresentanti di SEL.

Più in particolare alla Camera dei Deputati la coalizione disporrebbe di 427 voti su 630 (68%) e al Senato di 221 su 315 (70%). Questi numeri danno l’idea del perché Berlusconi potrebbe avanzare la proposta di affidare ad un esecutivo guidato da Renzi i prossimi cinque anni. Anni che gli servirebbero per disinnescare la “bomba” Grillo e per poter modificare finalmente la Costituzione senza dover sottostare al referendum popolare. Si, perché la riforma costituzionale che venisse approvata dai due terzi del Parlamento non avrebbe bisogno di nessun referendum per diventare operativa.

E avendo come presidente del Consiglio Renzi, gradito sia a destra sia a sinistra, si potrebbero superare molti ostacoli, ivi compresa la resistenza della base dei due schieramenti.

Ora il pallino è nelle mani di Bersani che deve trovare il modo di costituire un possibile assetto di governo. O un esecutivo di scopo, con l’appoggio esterno di Grillo, che traghetti l’Italia verso nuove elezioni a breve termine e serva per fissare poche e nuove regole (conflitto d’interessi, assegnazione delle frequenze televisive, legge elettorale, legge anticorruzione, riduzione dei costi della politica). Oppure una suggestiva alleanza con i rivali di sempre, con cui ha però già condiviso il sostegno al governo Monti negli ultimi dodici mesi.

Già, Monti. In un quadro simile come potrebbe collocarsi la quarta forza parlamentare? Certamente non dispone dei numeri per orientare le scelte del partito di maggioranza relativa, né per suscitare motivo di interesse nel Movimento 5 stelle. Una Grosse koalition alla tedesca invece…

Un motivo in più per tirare un sospiro di sollievo

La caduta dell’ultimo governo riapre uno spiraglio di speranza, nonostante la grave situazione economica, circa la possibilità di mantenere un servizio sanitario efficiente in Italia.

Negli ultimi anni l’Italia è scivolata sempre più indietro nella classifica dei paesi OCSE quanto a spesa sanitaria. Il che non è di per sè un dato negativo, in quanto l’Italia (o meglio alcune delle Regioni più virtuose) ha migliorato il controllo della spesa meglio di altre nazioni. Il tasso di crescita annuale della spesa pro-capite è stato dell’1,6 per cento, contro una media Ocse del 4 per cento. E’ chiaro che questo rallentamento della spesa è da imputare alla critica situazione in cui si trova la finanza pubblica e all’incapacità di alcuni ministri a governare il momento di crisi, procedendo a tagli lineari che di solito portano ad un risultato opposto a quello che si vorrebbe far credere.

Infatti molte Regioni, per far quadrare i conti, hanno di fatto abolito gli obiettivi tradizionali per i Direttori Generali delle ASL, affidando loro come obiettivo prioritario, se non esclusivo, la riduzione delle spese.

In questo modo è stato dato un messaggio tanto chiaro quanto distruttivo: non importa cosa facciano le ASL e come lo facciano, importa solo spendere di meno ed incassare di più.

In questo modo è anche stato rinnegato un principio basilare su cui avrebbe dovuto poggiare la presunta gestione manageriale delle aziende sanitarie, ossia lo stretto legame tra la gestione del budget ed il raggiungimento di obiettivi di salute. Questo dovrebbe essere il rapporto su cui valutare l’efficienza dei servizi pubblici: minor spese e pari (o maggiori) servizi.

Invece la situazione che è stata creata presuppone un contenimento del budget slegato da obiettivi di salute. Con il bel risultato che, spendendo di meno, si produce molto di meno in termini di salute, non si ottengono risparmi ma solo degli sprechi maggiori.

Ma tornando alle statistche OCSE (OECD Health Data 2011), il nostro Paese figura oggi al diciottesimo posto sui 34 Paesi aderenti quanto a spesa sanitaria pro-capite. Dieci anni fa era a metà strada tra i Paesi che spendevano di più (Francia, Germania, Canada, USA) e quelli che spendevano meno (Gran Bretagna, Giappone, Spagna). Oggi è stabilmente in quest’ultimo gruppo.

Nel 2009 la spesa pro-capite per la salute è stata di 3020 dollari in Italia, oltre 7500 negli USA, oltre 4000 in Germania, 3872 in Francia, 3300 nel Regno Unito e così via, per cui siamo dietro anche a Paesi più piccoli come la Svizzera, i Paesi Bassi, la Norvegia, la Danimarca, l’Austria, il Belgio.

Ma anche se si considera la spesa sanitaria in rapporto al PIL le cose non cambiano. Anche in questa classifica l’Italia si colloca oggi al diciottesimo posto con il 9,1% di spesa sanitaria sul PIL, superata nel 2009 da Portogallo, Grecia, Spagna e Regno Unito. I maggiori Paesi hanno da tempo oltrepassato la soglia del 10 per cento, come la Francia (11,5 per cento), la Germania (11,2 per cento), il Canada (10,8 per cento), per non dire degli Stati Uniti, che hanno raggiunto addirittura il 16,6 per cento . Va tuttavia considerato che la graduatoria si basa sul rapporto tra due grandezze e dunque risente dell’andamento del Pil (al denominatore), che negli ultimi anni in Italia è crollato.

E allora dove sta la buona notizia? la buona notizia è che l’Italia, nonostante i ministri che si è ritrovata in questi ultimi anni, ha saputo controllare meglio di altri Paesi la dinamica della spesa sanitaria senza intaccare, finora, l’efficacia del suo sistema sanitario nazionale. Uno dei motivi è che la gestione della salute dal 2001 (dopo la riforma del titolo V della Costituzione voluta dal primo Governo Prodi) è stata sottratta allo Stato e consegnata alle Regioni che, soprattutto al nord, hanno saputo razionalizzare al meglio le risorse disponibili.

E se dieci anni fa l’Italia, secondo l’ultimo report disponibile dell’Organizzazione mondiale della sanita (vedi Report OMS) disponeva del miglior servizio sanitario al mondo dopo quello francese, oggi è un dato di fatto che siamo al terzo posto mondiale quanto ad aspettativa di vita (81,8 anni) dietro solo al Giappone ed alla Svizzera.

Quindi spendere di più o di meno non è di per sè garanzia automatica di risultati migliori o peggiori e non vi è ad oggi un’evidenza scientifica di un rapporto tra spesa e miglioramento del livello medio delle condizioni di salute.

Tutto questo non fa che confermare quanto dicevo all’inizio. Se non fosse che ci troviamo in un momento drammatico per le finanze pubbliche, non vi sarebbe motivo per negare le risorse necessarie a garantire una crescita della spesa sanitaria nei termini in cui si è verificata negli ultimi dieci anni, quando è cresciuta mediamente dell’1,6% all’anno a fronte di una crescita media dei prezzi del 2% e dell’aumento più che doppio che hanno sostenuto gli altri Paesi OCSE.

E invece l’Italia con l’ultimo governo ha intrapreso un’altra strada, quella del sotto-finanziamento, con il rischio che, come detto, si arrivi ad una drastica riduzione delle prestazioni e ad un mantenimento degli sprechi, questi sì finora intangibili.

Liberamente tratto da: “L’Italia virtuosa della spesa sanitaria” di V.Mapellli in http://www.lavoce.info.
Published in: on domenica, 13 novembre, 2011 at 3:41 pm  Comments (2)  

Berlusconi secondo il Financial Times (n.3) Berlusconi has presided over a country in decline

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Berlusconi ha presieduto un paese in declino

Berlusconi non è solo una minaccia per il nostro paese, ma per tutta l’Europa (“Baleful influence of Burlesque cronies”, Editoriale del 27 Maggio).

L’Italia è un mercato in declino ed impermeabile, sia per le professioni che per l’industria. Professionalmente perché esportiamo molti più professionisti e scienziati competenti di quanti ne importiamo, più, sospetto, di ogni altro paese europeo. Industrialmente perché, come dimostrano il recente caso di Alitalia ed i casi storici del nostro settore bancario, la concorrenza equa è relativamente sconosciuta.

Mani Pulite ha avuto, negli anni ’90, il merito di portare alla luce ciò che tutti sapevano già: che nel nostro paese la corruzione è endemica, incorporata nelle nostre dinamiche economiche e politiche e sistemica a tutti i livelli di governo. Sia che si tratti di trovare un lavoro come professore associato all’università oppure di aprire una piccola impresa commerciale, significa trovarsi faccia a faccia con una triste realtà di illegalità o corruzione. A volte questa corruzione è morale, altre volte economica.

Sfortunatamente Mani Pulite ha anche portato al potere Berlusconi, il quale ha deviato l’attenzione dei cittadini dai mostri reali a quelli finti: giudici, opposizione parlamentare e media non allineati.

Con l’aiuto del suo impero mediatico, Berlusconi ha trasformato i problemi più seri della nostra nazione in una sorta di “normalità culturale”.

E’ “normale” aiutare una ragazzina a realizzare i suoi sogni di carriera nel mondo dello spettacolo; è “normale” zittire i giudici che hanno offeso la sua integrità, è “normale” delegittimare il parlamento; ed è “normale” possedere quote significative delle società amministrate dai figli o dagli amici.

Il risultato è che l’Europa guarda a noi come ad un paese dell’Unione malato, dove i giovani di talento lasciano la terra natìa, dove nessuno può alzare la voce contro lo status quo senza essere accusato di essere psicologicamente instabile o un comunista.

L’Italia, nelle mani di Berlusconi, diventerà la vera minaccia dell’Europa.

Claudia Basta, Delft University of Technology, Paesi Bassi

Published in: on lunedì, 1 giugno, 2009 at 11:03 am  Lascia un commento  
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Berlusconi secondo il Financial Times (n.2) The real sin of Silvio Berlusconi

crisi

La vera colpa di Silvio Berlusconi

E’ tempo di quiz, e questa è la domanda da cento milioni. Chi è l’attraente diciottenne guastafamiglie, come viene chiamata dalla stampa europea, che recentemente ha fatto questa dichiarazione immortale: “Voglio diventare una showgirl. Ma sono anche interessata alla politica. Sono flessibile.”

Si, è Noemi Letizia, la teenager al centro della causa di divorzio intentata contro il 72enne premier italiano Silvio Berlusconi dalla moglie Veronica Lario. Leggendo l’intervista rilasciata da Noemi al Corriere del Mezzogiorno (“Canto sovente con Papi Silvio al piano, o facciamo il karaoke”), è difficile capire chi sia più dispiaciuto tra la Lario, Gino Flaminio l’ex-fidanzato di Noemi, o l’intero popolo di 60 milioni di italiani.

Flaminio ha tutte le ragioni per esserlo. Ha detto che era stato con Noemi per 16-17 mesi – “era una relazione seria” – finchè, sei mesi fa, ricevette all’improvviso una telefonata dal primo ministro. E che lui, come disse, era lui.

Flaminio probabilmente un giorno si consolerà e starà meglio senza la volubile Noemi. Per contro, i sondaggi mostrano che il popolo italiano sembra determinato a restare dalla parte di Berlusconi, il cui indice di gradimento rimane molto alto a più di un anno da quando è salito al potere per la terza volta in 15 anni.

Gli avversari di Berlusconi, dentro e fuori l’Italia, ribollono furiosamente quando vedono come lui riesce sempre a farla franca.  Ma meno di quando due settimane fa a Milano il tribunale stabilì che David Mills, un avvocato inglese arrestato per aver accettato 600,000 dollari per farsi corrompere nel 1997, è stato condannato per falsa testimonianza  per proteggere il miliardario Berlusconi e la sua holding Fininvest. In ogni altro paese dell’Europa occidentale, uno scandalo di queste dimensioni avrebbe fatto cadere il premier in un tempo minore di quello necessario per pronunciare la parola “Papi”. Ma non in Italia, dove Berlusconi l’anno scorso è riuscito a far approvare dal  Parlamento una legge che gli ha dato l’immunità penale.

Naturalmente il premier nega di aver fatto alcunchè di sbagliato e dice che è stato tutto un complotto dei giudici e dei pubblici ministeri di sinistra per distruggere la sua carriera politica. Questo rito deprimente di accuse e controaccuse tra Berlusconi ed il potere giudiziario va avanti da molti anni e non dà segno di fermarsi.

Nel giudizio della pubblica opinione, tuttavia, alcuni sono sorpresi che Berlusconi non venga ritenuto colpevole di essere stato uno dei peggiori amministratori dell’economia italiana a partire dal 1945. Il suo primo, breve governo nel 1994 non portò a termine nulla. Il suo quinquennale controllo del potere dal 2001 al 2006 viene ricordato soprattutto per la mancata approvazione delle riforme liberali di cui l’Italia ha un bisogno disperato per restare competitiva nell’eurozona. Ora, sta governando la crisi in modo tale che il Fondo Monetario Internazionale ritiene che l’Italia sarà l’unica nazione dell’eurozona in cui la recessione durerà per tre anni consecutivi, dal 2008 al 2010.

Peggio di tutto, secondo la Commissione Europea il debito pubblico italiano arriverà al 116 per cento del PIL nel 2010. In altre parole, l’Italia tornerà indiero agli ultimi anni ’90. Noemi o non Noemi, questa è la vera colpa di Berlusconi.

Published in: on domenica, 31 maggio, 2009 at 9:59 pm  Lascia un commento  
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Berlusconi secondo il Financial Times Baleful influence of Burlesque cronies

(il titolo è un gioco di parole basato sull’assonanza tra Burlesque-cronies e Berlusconi, per cui il vero significato è “L’influenza funesta di Berlusconi”)

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The Financial Times, 26 Maggio 2009

Il futuro dell’Italia non è il fascismo. Ciò va detto perché da qualcuno è stato previsto. Molti pensano che crisi finanziaria più Silvio Berlusconi siano uguale a ritorno del fascismo. Quest’ultimo dopo tutto era iniziato allo stesso modo.

Ma è una conseguenza improbabile. L’Italia all’inizio degli anni ’20, quando Benito Mussolini salì al potere, era brutalmente barcollante tra la vittoria di Pirro contro gli austriaci del 1918, il degrado della classe politica e la minaccia crescente dei totalitarismi di sinistra. Chiaramente Berlusconi non è Mussolini: lui ha squadre di veline, non di camicie nere.

I veri pericoli si trovano altrove. In più di 15 anni di carriera politica – sempre come primo ministro o come capo dell’opposizione – ha avuto l’opportunità di spostare a destra il sentimento nazionale, in modo del tutto incontrastato. E non lo ha fatto con una propaganda grezza ma attraverso una continua ostentazione di lustrini, luccichii e ragazze ed uno stile iperbolico di retorica adatta ai media, che rappresenta l’intera opposizione come comunista e sé stesso come vittima.

Oggi, in seguito alle gravi domande che gli sono state poste circa la sua relazione con una ragazza che sogna di diventare una stellina dello spettacolo – poste prima di ogni altro da sua moglie – ha mosso al suo più ostinato interlocutore, il quotidiano di centro-sinistra La Repubblica, una velata minaccia attraverso un collega ed ha cercato di raffigurare come inammissibili le domande stesse in quanto politicamente scorrette.

Ha mostrato un’identica belligeranza nei confronti dei magistrati che hanno stabilito come abbia corrotto l’avvocato inglese David Mills (per evitare l’accusa di corruzione) – chiamandoli “attivisti di sinistra” – anche se il Parlamento lo ha reso immune dall’azione penale.

Ancora insoddisfatto da un parlamento pur così favorevole, lo ha definito “inutile” ed ha affermato che andrebbe drasticamente ridotto a 100 membri, mentre il potere che dovrebbe aumentare è il suo. Ha poi cercato di sollevare le masse in suo favore, sollecitando una “iniziativa popolare” per raccogliere le 500.000 firme richieste per il provvedimento.

Ma il pericolo rappresentato da Berlusconi è di tipo differente rispetto a quello di Mussolini. E’ un indebolimento dei contenuti seri della politica da parte dei media, sostituiti dal divertimento. E’ la demonizzazione spietata dei nemici ed il rifiuto di garantire una base indipendente ai poteri in competizione. E’ il mettere una fortuna al servizio della creazione di un’immagine solida, costituita dall’affermazione di un successo senza fine e dal sostegno popolare.

Il suo dominio è in parte colpa di una sinistra esitante; di istituzioni deboli e a volte politicizzate; di un giornalismo che ha troppo sovente accettato uno status subalterno. Ma più di tutto è colpa di un uomo molto facoltoso, molto potente e sempre più spietato. Non fascista ma pericolo, in primo luogo per l’Italia, ed un esempio dannoso per tutti.

N.B. Il Financial Times è il principale giornale economico finanziario del Regno Unito. A livello di prestigio compete con il “The Wall Street Journal”, è di gran lunga il giornale più prestigioso in Europa; fonte: Wikipedia.

Il testo integrale e originale è consultabile cliccando sulla fotografia.

Mister Obama!!! Mister Obama!!! i’m partly free!!!

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La libertà di stampa si sta riducendo in tutto il mondo, e l’Italia non è esente da questa forma di degrado.

Nel rapporto 2009 di Freedom House (organizzazione autonoma con sede negli Stati Uniti, che si pone come obiettivo la promozione della libertà nel mondo), infatti il nostro Paese viene declassato per la prima volta da Paese ‘libero’ (free) a ‘parzialmente libero’ (partly free), unico caso nell’Europa Occidentale insieme alla Turchia. (Rosaria Amato, La Stampa, 1 maggio 2009)

Non è sicuramente una bella notizia, l’Italia passa per la prima volta dal gruppo dei Paesi occidentali a forte tradizione democratica a quello dei Paesi sudamericani e balcanici. Eppure molti continuano a sostenere che la libertà di opinione non è in pericolo, che la stampa è in mano all’opposizione, che la tv è pluralista.  Mah! Spero solo che quando suonerà la sveglia per tutte le coscienze addormentate non sia troppo tardi.

cliccando qui potete osservare il planisfero di Freedom House riferito al 2009

cliccando qui potete osservare lo stesso planisfero com’era nel 2008

Published in: on sabato, 2 maggio, 2009 at 7:53 am  Lascia un commento  
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Chi è stato? (quattro)

Chi ha denunciato pubblicamente che:

“I gruppi mafiosi non sono certo in grado di penetrare nella progettazione o negli interventi di alta ingegneria gestionale. ma sono sicuramente capaci di intervenire in tutte le fasi successive. Come dimostra la storia di questi decenni, essi hanno avuto la capacità di formare una serie di società in grado di acquistare e gestire autocarri per movimentare via gomma, soprattutto in ambito locale, i materiali utili alla costruzione di un’opera, grande o piccola che fosse. Nello stesso tempo sono stati capaci di assicurarsi una penetrazione nelle ditte fornitrici di materiali impiegati nei cantieri, a cominciare dalla materia prima, ossia il cemento. E oramai assodata l’esistenza di un vero e proprio «ciclo del cemento», che in ogni suo passaggio offre enormi opportunità alle organizzazioni criminali, a partire dal controllo delle cave e degli alvei dei fiumi per l’estrazione della sabbia e degli inerti”?

Published in: on domenica, 26 aprile, 2009 at 10:04 am  Comments (1)  
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Costituzione italiana, articolo 21

“Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure”

meno male che Vauro c'è

Vauro Senesi, noto semplicemente come Vauro, è un giornalista e disegnatore italiano. Le sue vignette  erano molto più dissacranti e corrosive ai tempi de “Il Male”, alla fine degli anni ’70, ma allora nessuno riuscì a censurarlo. Ma è anche vero che alla fine degli anni ’70 nessuno si sarebbe sognato di invitarlo in una trasmissione RAI di prima serata.

L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro.

repubblica

Uno Stato che invia i propri Carabinieri all’estero in missioni di pace ed è costretto a ricorrere a reparti dell’Esercito per il controllo del territorio nazionale.

Uno Stato che disincentiva in tutte le maniere possibili i propri dipendenti più motivati e impegnati.

Uno Stato che – in costante indisponibilità di posti nei Centri di permanenza temporanea – vanifica qualsiasi attività di contrasto e controllo dell’immigrazione clandestina.

Uno Stato che – in totale presenza di bizantinismi normativi e di garantismo esasperato – non trova altra soluzione al problema delle carceri che la liberazione dei detenuti, rinunciando, di fatto, al principio basilare della certezza della pena.

Uno Stato che regola la ‘dichiarazione antimafia” con un’autocertificazione del diretto interessato, ed accorcia i tempi dei processi con l’istituto del “patteggiamento”.

Uno Stato che fornisce ai suoi operatori un “Codice per gli stranieri” più grosso, centimetro alla mano, dell’insieme del Codice penale e del Codice di procedura penale.

Un Paese, come scrive Diamanti “dove le politiche urbane, più che le amministrazioni, le improntano gli immobiliaristi; quelle del lavoro, facendo di necessità virtù, le praticano gli imprenditori, mentre quelle educative sono, da anni, al centro di riforme e riformicchie che procedono per prove ed errori. Un taglio qui e un rammendo là.

(Francesco Carrer, La città di Ventimiglia: la realtà socio-economico criminologica, rapporto di ricerca, 2006)

Published in: on domenica, 5 aprile, 2009 at 1:42 pm  Lascia un commento  
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