West Nile Disease, storia di cavalli, esseri umani e zanzare

La Malattia del Nilo Occidentale, o West Nile Disease in inglese, è una di quelle malattie esotiche anche nel nome che destano sempre preoccupazione perché poco conosciute. Ed è giusto preoccuparsi quando ci si trova in presenza di un evento che conosciamo poco e che potrebbe mettere a rischio la nostra salute. A maggior ragione quando i messaggi vengono veicolati dai media più diffusi sui quali è difficile verificarne le fondamenta scientifiche. Anzi, al contrario, per l’esigenza di vedere rilanciate le proprie news chi scrive tende sempre ad enfatizzare gli aspetti che generano paura in chi legge.
E’ pur vero che anche la Malattia del Nilo Occidentale può avere esito fatale, soprattutto quando colpisce i soggetti più deboli o per motivi di età o perché già indeboliti da altre malattie concomitanti. Ma questo accade per tutte le malattie in genere, da quelle virali come l’influenza a quelle batteriche come le faringiti da streptococco o ancora a quelle parassitarie come l’idatidosi-echinococcosi.
Innanzitutto perché questa malattia si chiama così? In origine il virus che ne è causa fu isolato nel 1937 in Uganda nel distretto del West, per poi essere successivamente trovato in Egitto negli esseri umani, negli uccelli e negli insetti. Oggi il virus della West Nile Disease è presente un po’ ovunque nei vari continenti, anche in Italia, dove fu trovato per la prima volta nel 1998 in Toscana. Da allora, ogni estate, ha fatto la sua ricomparsa in diverse Regioni. Per questo motivo dopo il 1998 il Ministero della Salute ha deciso di mettere in piedi un Piano di Sorveglianza Nazionale che poi ogni Regione ha adattato secondo le sue caratteristiche. Questi piani hanno lo scopo di individuare rapidamente la circolazione del virus nei mesi estivi, ossia qualdo le zanzare ricompaiono dopo il freddo dei mesi invernali, attraverso controlli svolti dai servizi di sanità animale delle ASL su cavalli, volatili e zanzare.
Per questa malattia l’uomo è considerato un “fondo cieco”, ossia chi viene infettato non può trasmettere la malattia ad altri uomini o animali. L’unico modo in cui la malattia può trasmettersi da uomo a uomo è la trasfusione di sangue o il trapianto i organi. Per questo motivo vengono sospesi i donatori di sangue che negli ultimi 28 giorni abbiano trascorso anche solo una notte in una provincia in cui è stata dimostrata la circolazione del virus. In queste ultime province invece tutte le sacche di sangue raccolte vengono sottoposte a dei test che escludano la presenza del virus a tutela dei riceventi.
Come si trasmette quindi questa malattia che colpisce soprattutto gli uccelli selvatici come gazze, cornacchie e simili? La West Nile Disease viene trasmessa dalle zanzare comuni, quelle del genere Culex che ci infastidiscono nelle notti d’estate. Le zanzare si infettano pungendo gli uccelli malati, poi o pungono altri uccelli o altri ospiti accidentali come l’uomo o i cavalli trasmettendo loro il virus. E’ chiaro che essendo l’Italia un Paese in cui c’è sovrabbondanza di zanzare e di volatili selvatici (basti pensare a luoghi come la pianura Padana), la malattia si è insediata in modo stabile. Ma, visto il necessario veicolo delle zanzare comuni, la diffusione avviene ogni anno solamente nei mesi più caldi. Quello che va ribadito in modo chiaro è che questa malattia non è contagiosa, non si trasmette da uomo a uomo, né da uomo a zanzara. L’unico modo che hanno uccelli, cavalli e uomini per infettarsi è farsi pungere da una zanzara infetta.

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Questa estate, a differenza degli anni precedenti, è stata evidenziata una circolazione precoce ed estesa del virus, soprattutto nelle Regioni del nord, dal Piemonte al Veneto. Questa informazione deriva da quel sistema di controlli di cui si è già detto, effettuati dalle ASL sui volatili rinvenuti morti, sulle zanzare catturate con trappole apposite e sul sangue prelevato dai cavalli, altra specie sensibile al virus ma, come l’uomo, “fondo cieco”.
La malattia nell’uomo, nella maggior parte dei casi, si manifesta dopo un periodo di incubazione che va da pochi giorni fino a due settimane, ma solo una persona su quattro mostrerà febbre, mal di testa, nausea e malessere generalizzato, sintomi talmente generici che non inducono certo i medici a supporre di trovarsi di fronte a un caso di West Nile Disease, piuttosto ad una forma influenzale.
Se invece compaiono dolori muscolari, alle articolazioni, aumento dellle dimensioni dei linfonodi, eruzioni cutanee e difficoltà a respirare, allora il medico deve poter fare una diagnosi di malattia, a maggior ragione se si è d’estate ed in un territorio in cui è già stata dimostrata la circolazione virale.
Solo occasionalmente, in quella minima percentuale di pazienti già debilitati per altri motivi, la malattia può evolvere e complicarsi sfociando in meningite o encefalite. In questi casi i sintomi più comuni sono febbre elevata, debolezza estrema, forte mal di testa, paralisi flaccida, alterazione dello stato di coscienza, tremori e convulsioni fino, nei casi più gravi, coma e morte.
Quindi ogni estate ci si aspetta la comparsa di alcuni casi di malattia e di pochi casi con esito fatale. Quest’anno i casi sono già due, un numero infinitamente più basso rispetto ad altre cause di morte molto più banali come i colpi di calore o le infezioni gastrointestinali, per non parlare degli incidenti domestici, stradali o sul lavoro.
Bisogna quindi rassegnarsi e sperare di non essere infettati? Ovviamente no, qualcosa si può fare. Ad esempio le ASL ogni primavera possono informare i medici di base sulla possibilità che nei loro territori possa circolare il virus nei mesi estivi. Possono essere organizzati incontri con i medici, la popolazione, gli studenti per diffondere la conoscenza della malattia e delle contromisure adottabili. Dove si riscontra la circolazione virale i Comuni dovrebbero effettuare degli interventi di disinfestazione, in particolare nelle vicinanze dei luoghi in cui sono stati rinvenuti casi umani ed animali di malattia o dove le zanzare sono state trovate positive. Attività di disinfestazione che possiamo svolgere anche noi nei siti più frequenti di sviluppo delle larve (tombini, sottovasi, fossati, acque stagnanti). In questi modi si può evitare di allevare zanzare nei propri giardini o balconi.
A livello individuale sono invece consigliabili ed efficaci i mezzi di prevenzione tradizionali contro le zanzare come gli insettorepelenti cutanei o più semplicemene basta indossare capi di abbigliamento che coprano braccia e gambe o installare zanzariere a porte e finestre nelle zone in cui il numero della zanzare è cospicuo.
Per un aggiornamento settimanale sulla diffusione dei casi umani della malattia in Italia è possibile consultare il bollettino del Centro nazionale per la prevenzione delle malattie e la promozione della salute dell’Istituto superiore di sanità http://www.epicentro.iss.it/problemi/westNile/bollettino.asp

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Published in: on lunedì, 6 agosto, 2018 at 8:21 am  Lascia un commento  
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Un motivo in più per tirare un sospiro di sollievo

La caduta dell’ultimo governo riapre uno spiraglio di speranza, nonostante la grave situazione economica, circa la possibilità di mantenere un servizio sanitario efficiente in Italia.

Negli ultimi anni l’Italia è scivolata sempre più indietro nella classifica dei paesi OCSE quanto a spesa sanitaria. Il che non è di per sè un dato negativo, in quanto l’Italia (o meglio alcune delle Regioni più virtuose) ha migliorato il controllo della spesa meglio di altre nazioni. Il tasso di crescita annuale della spesa pro-capite è stato dell’1,6 per cento, contro una media Ocse del 4 per cento. E’ chiaro che questo rallentamento della spesa è da imputare alla critica situazione in cui si trova la finanza pubblica e all’incapacità di alcuni ministri a governare il momento di crisi, procedendo a tagli lineari che di solito portano ad un risultato opposto a quello che si vorrebbe far credere.

Infatti molte Regioni, per far quadrare i conti, hanno di fatto abolito gli obiettivi tradizionali per i Direttori Generali delle ASL, affidando loro come obiettivo prioritario, se non esclusivo, la riduzione delle spese.

In questo modo è stato dato un messaggio tanto chiaro quanto distruttivo: non importa cosa facciano le ASL e come lo facciano, importa solo spendere di meno ed incassare di più.

In questo modo è anche stato rinnegato un principio basilare su cui avrebbe dovuto poggiare la presunta gestione manageriale delle aziende sanitarie, ossia lo stretto legame tra la gestione del budget ed il raggiungimento di obiettivi di salute. Questo dovrebbe essere il rapporto su cui valutare l’efficienza dei servizi pubblici: minor spese e pari (o maggiori) servizi.

Invece la situazione che è stata creata presuppone un contenimento del budget slegato da obiettivi di salute. Con il bel risultato che, spendendo di meno, si produce molto di meno in termini di salute, non si ottengono risparmi ma solo degli sprechi maggiori.

Ma tornando alle statistche OCSE (OECD Health Data 2011), il nostro Paese figura oggi al diciottesimo posto sui 34 Paesi aderenti quanto a spesa sanitaria pro-capite. Dieci anni fa era a metà strada tra i Paesi che spendevano di più (Francia, Germania, Canada, USA) e quelli che spendevano meno (Gran Bretagna, Giappone, Spagna). Oggi è stabilmente in quest’ultimo gruppo.

Nel 2009 la spesa pro-capite per la salute è stata di 3020 dollari in Italia, oltre 7500 negli USA, oltre 4000 in Germania, 3872 in Francia, 3300 nel Regno Unito e così via, per cui siamo dietro anche a Paesi più piccoli come la Svizzera, i Paesi Bassi, la Norvegia, la Danimarca, l’Austria, il Belgio.

Ma anche se si considera la spesa sanitaria in rapporto al PIL le cose non cambiano. Anche in questa classifica l’Italia si colloca oggi al diciottesimo posto con il 9,1% di spesa sanitaria sul PIL, superata nel 2009 da Portogallo, Grecia, Spagna e Regno Unito. I maggiori Paesi hanno da tempo oltrepassato la soglia del 10 per cento, come la Francia (11,5 per cento), la Germania (11,2 per cento), il Canada (10,8 per cento), per non dire degli Stati Uniti, che hanno raggiunto addirittura il 16,6 per cento . Va tuttavia considerato che la graduatoria si basa sul rapporto tra due grandezze e dunque risente dell’andamento del Pil (al denominatore), che negli ultimi anni in Italia è crollato.

E allora dove sta la buona notizia? la buona notizia è che l’Italia, nonostante i ministri che si è ritrovata in questi ultimi anni, ha saputo controllare meglio di altri Paesi la dinamica della spesa sanitaria senza intaccare, finora, l’efficacia del suo sistema sanitario nazionale. Uno dei motivi è che la gestione della salute dal 2001 (dopo la riforma del titolo V della Costituzione voluta dal primo Governo Prodi) è stata sottratta allo Stato e consegnata alle Regioni che, soprattutto al nord, hanno saputo razionalizzare al meglio le risorse disponibili.

E se dieci anni fa l’Italia, secondo l’ultimo report disponibile dell’Organizzazione mondiale della sanita (vedi Report OMS) disponeva del miglior servizio sanitario al mondo dopo quello francese, oggi è un dato di fatto che siamo al terzo posto mondiale quanto ad aspettativa di vita (81,8 anni) dietro solo al Giappone ed alla Svizzera.

Quindi spendere di più o di meno non è di per sè garanzia automatica di risultati migliori o peggiori e non vi è ad oggi un’evidenza scientifica di un rapporto tra spesa e miglioramento del livello medio delle condizioni di salute.

Tutto questo non fa che confermare quanto dicevo all’inizio. Se non fosse che ci troviamo in un momento drammatico per le finanze pubbliche, non vi sarebbe motivo per negare le risorse necessarie a garantire una crescita della spesa sanitaria nei termini in cui si è verificata negli ultimi dieci anni, quando è cresciuta mediamente dell’1,6% all’anno a fronte di una crescita media dei prezzi del 2% e dell’aumento più che doppio che hanno sostenuto gli altri Paesi OCSE.

E invece l’Italia con l’ultimo governo ha intrapreso un’altra strada, quella del sotto-finanziamento, con il rischio che, come detto, si arrivi ad una drastica riduzione delle prestazioni e ad un mantenimento degli sprechi, questi sì finora intangibili.

Liberamente tratto da: “L’Italia virtuosa della spesa sanitaria” di V.Mapellli in http://www.lavoce.info.
Published in: on domenica, 13 novembre, 2011 at 3:41 pm  Comments (2)