Un motivo in più per tirare un sospiro di sollievo

La caduta dell’ultimo governo riapre uno spiraglio di speranza, nonostante la grave situazione economica, circa la possibilità di mantenere un servizio sanitario efficiente in Italia.

Negli ultimi anni l’Italia è scivolata sempre più indietro nella classifica dei paesi OCSE quanto a spesa sanitaria. Il che non è di per sè un dato negativo, in quanto l’Italia (o meglio alcune delle Regioni più virtuose) ha migliorato il controllo della spesa meglio di altre nazioni. Il tasso di crescita annuale della spesa pro-capite è stato dell’1,6 per cento, contro una media Ocse del 4 per cento. E’ chiaro che questo rallentamento della spesa è da imputare alla critica situazione in cui si trova la finanza pubblica e all’incapacità di alcuni ministri a governare il momento di crisi, procedendo a tagli lineari che di solito portano ad un risultato opposto a quello che si vorrebbe far credere.

Infatti molte Regioni, per far quadrare i conti, hanno di fatto abolito gli obiettivi tradizionali per i Direttori Generali delle ASL, affidando loro come obiettivo prioritario, se non esclusivo, la riduzione delle spese.

In questo modo è stato dato un messaggio tanto chiaro quanto distruttivo: non importa cosa facciano le ASL e come lo facciano, importa solo spendere di meno ed incassare di più.

In questo modo è anche stato rinnegato un principio basilare su cui avrebbe dovuto poggiare la presunta gestione manageriale delle aziende sanitarie, ossia lo stretto legame tra la gestione del budget ed il raggiungimento di obiettivi di salute. Questo dovrebbe essere il rapporto su cui valutare l’efficienza dei servizi pubblici: minor spese e pari (o maggiori) servizi.

Invece la situazione che è stata creata presuppone un contenimento del budget slegato da obiettivi di salute. Con il bel risultato che, spendendo di meno, si produce molto di meno in termini di salute, non si ottengono risparmi ma solo degli sprechi maggiori.

Ma tornando alle statistche OCSE (OECD Health Data 2011), il nostro Paese figura oggi al diciottesimo posto sui 34 Paesi aderenti quanto a spesa sanitaria pro-capite. Dieci anni fa era a metà strada tra i Paesi che spendevano di più (Francia, Germania, Canada, USA) e quelli che spendevano meno (Gran Bretagna, Giappone, Spagna). Oggi è stabilmente in quest’ultimo gruppo.

Nel 2009 la spesa pro-capite per la salute è stata di 3020 dollari in Italia, oltre 7500 negli USA, oltre 4000 in Germania, 3872 in Francia, 3300 nel Regno Unito e così via, per cui siamo dietro anche a Paesi più piccoli come la Svizzera, i Paesi Bassi, la Norvegia, la Danimarca, l’Austria, il Belgio.

Ma anche se si considera la spesa sanitaria in rapporto al PIL le cose non cambiano. Anche in questa classifica l’Italia si colloca oggi al diciottesimo posto con il 9,1% di spesa sanitaria sul PIL, superata nel 2009 da Portogallo, Grecia, Spagna e Regno Unito. I maggiori Paesi hanno da tempo oltrepassato la soglia del 10 per cento, come la Francia (11,5 per cento), la Germania (11,2 per cento), il Canada (10,8 per cento), per non dire degli Stati Uniti, che hanno raggiunto addirittura il 16,6 per cento . Va tuttavia considerato che la graduatoria si basa sul rapporto tra due grandezze e dunque risente dell’andamento del Pil (al denominatore), che negli ultimi anni in Italia è crollato.

E allora dove sta la buona notizia? la buona notizia è che l’Italia, nonostante i ministri che si è ritrovata in questi ultimi anni, ha saputo controllare meglio di altri Paesi la dinamica della spesa sanitaria senza intaccare, finora, l’efficacia del suo sistema sanitario nazionale. Uno dei motivi è che la gestione della salute dal 2001 (dopo la riforma del titolo V della Costituzione voluta dal primo Governo Prodi) è stata sottratta allo Stato e consegnata alle Regioni che, soprattutto al nord, hanno saputo razionalizzare al meglio le risorse disponibili.

E se dieci anni fa l’Italia, secondo l’ultimo report disponibile dell’Organizzazione mondiale della sanita (vedi Report OMS) disponeva del miglior servizio sanitario al mondo dopo quello francese, oggi è un dato di fatto che siamo al terzo posto mondiale quanto ad aspettativa di vita (81,8 anni) dietro solo al Giappone ed alla Svizzera.

Quindi spendere di più o di meno non è di per sè garanzia automatica di risultati migliori o peggiori e non vi è ad oggi un’evidenza scientifica di un rapporto tra spesa e miglioramento del livello medio delle condizioni di salute.

Tutto questo non fa che confermare quanto dicevo all’inizio. Se non fosse che ci troviamo in un momento drammatico per le finanze pubbliche, non vi sarebbe motivo per negare le risorse necessarie a garantire una crescita della spesa sanitaria nei termini in cui si è verificata negli ultimi dieci anni, quando è cresciuta mediamente dell’1,6% all’anno a fronte di una crescita media dei prezzi del 2% e dell’aumento più che doppio che hanno sostenuto gli altri Paesi OCSE.

E invece l’Italia con l’ultimo governo ha intrapreso un’altra strada, quella del sotto-finanziamento, con il rischio che, come detto, si arrivi ad una drastica riduzione delle prestazioni e ad un mantenimento degli sprechi, questi sì finora intangibili.

Liberamente tratto da: “L’Italia virtuosa della spesa sanitaria” di V.Mapellli in http://www.lavoce.info.
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Published in: on domenica, 13 novembre, 2011 at 3:41 pm  Comments (2)  

1961-2009 da Kindu a Kabul nulla è cambiato

kindu

…erano in missione di pace per conto dell’ONU

Published in: on mercoledì, 23 settembre, 2009 at 7:19 pm  Lascia un commento  
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Telelavoro

miroir téléphotique

miroir téléphotique

Proviamo ad immaginare la seguente situazione. Un consigliere reale all’inizio del ventesimo secolo viene ricevuto dal Re. Gli si avvicina e gli propone dei piani di investimento per un programma di potenziamento delle vie di comunicazione stradale. “Mi mostri le cifre” dice il Re, “Allora, quanti cavalli ci sono? Più di un milione. E quante automobili? Poche centinaia”. E la decisione che il Re avrebbe probabilmente preso sarebbe stata quella di sostituire il consigliere. Trent’anni dopo circolavano più di trenta milioni di automobili nel mondo..

Ora immaginate una scena simile verso la fine del ventesimo secolo. Un consulente del primo ministro si presenta con piani ambiziosi che prevedono un massiccio investimento a sostegno del telelavoro. “Mi mostri i dati”, dice il primo ministro, “Quanti telelavoratori abbiamo, e quanti lavoratori tradizionali? Le cifre sarebbero state: alcune migliaia di telelavoratori in confronto ai molti milioni di lavoratori sul mercato. “Rinviamo la questione”, avrebbe detto cortesemente il primo ministro. È arrivato il momento, per il primo ministro, di pensarci nuovamente. Ora, all’inizio del ventunesimo secolo (ed approssimativamente venticinque anni dopo che il concetto di telelavoro ha cominciato a circolare e a destare interesse), sappiamo che questo problema richiede una maggiore attenzione. Il numero di telelavoratori oggi può essere stimato in decine di milioni. Ciononostante le decisioni al riguardo vengono il più delle volte prese ancora come se il telelavoro fosse un fenomeno marginale, riguardante un futuro remoto e non il presente. Il rinvio è rimasta la regola. Assai più rilevante è il fatto che l’approccio al telelavoro è ancora in molti casi basato sugli stessi concetti e sulle stesse risposte del sistema che furono sviluppati più di un secolo fa al tempo della prima rivoluzione industriale, e che si sono dimostrati largamente inadeguati per il nostro tempo, così denso di cambiamenti rapidi e talvolta drammatici.

(liberamente tratto da De Martino V. “The high road to teleworking”, International Labour Organization, Geneva, 2001)

Nico Orengo

mortola

Affittarono un boston a Garavan, sotto il Narvalo e puntarono al largo. Al timone c’era Adriano. Il sole era tiepido e il mare calmo. Scivolavano oltre il bordo di terra paesi rosa e bianchi, appesi e sporgenti sul vuoto con pini, spiagge di alga bagnata, cimiteri non più grandi di un orto di zucchine.

Sandra ne indicò uno, in alto, dove una cupola color cipolla brillava di lampi bluastri.

– Entrando, – disse Adriano, – c’è scritto “Hodie mihi, cras tibi”, mi fa venire i brividi ogni volta che la leggo.

Oscar rise e gli altri due lo guardarono, infastiditi.

– No, no, mi spiego, – disse Oscar, – non c’è niente da ridere… oddìo, la scritta un po’ iettatoria lo è: innegabile, no? E allora meglio sorridere e toccare ferro.

(Nico Orengo, “La guerra del basilico”, Giulio Einaudi editore, Torino, 1994)

Published in: on domenica, 14 giugno, 2009 at 7:49 pm  Lascia un commento  

Berlusconi secondo il Financial Times (n.3) Berlusconi has presided over a country in decline

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Berlusconi ha presieduto un paese in declino

Berlusconi non è solo una minaccia per il nostro paese, ma per tutta l’Europa (“Baleful influence of Burlesque cronies”, Editoriale del 27 Maggio).

L’Italia è un mercato in declino ed impermeabile, sia per le professioni che per l’industria. Professionalmente perché esportiamo molti più professionisti e scienziati competenti di quanti ne importiamo, più, sospetto, di ogni altro paese europeo. Industrialmente perché, come dimostrano il recente caso di Alitalia ed i casi storici del nostro settore bancario, la concorrenza equa è relativamente sconosciuta.

Mani Pulite ha avuto, negli anni ’90, il merito di portare alla luce ciò che tutti sapevano già: che nel nostro paese la corruzione è endemica, incorporata nelle nostre dinamiche economiche e politiche e sistemica a tutti i livelli di governo. Sia che si tratti di trovare un lavoro come professore associato all’università oppure di aprire una piccola impresa commerciale, significa trovarsi faccia a faccia con una triste realtà di illegalità o corruzione. A volte questa corruzione è morale, altre volte economica.

Sfortunatamente Mani Pulite ha anche portato al potere Berlusconi, il quale ha deviato l’attenzione dei cittadini dai mostri reali a quelli finti: giudici, opposizione parlamentare e media non allineati.

Con l’aiuto del suo impero mediatico, Berlusconi ha trasformato i problemi più seri della nostra nazione in una sorta di “normalità culturale”.

E’ “normale” aiutare una ragazzina a realizzare i suoi sogni di carriera nel mondo dello spettacolo; è “normale” zittire i giudici che hanno offeso la sua integrità, è “normale” delegittimare il parlamento; ed è “normale” possedere quote significative delle società amministrate dai figli o dagli amici.

Il risultato è che l’Europa guarda a noi come ad un paese dell’Unione malato, dove i giovani di talento lasciano la terra natìa, dove nessuno può alzare la voce contro lo status quo senza essere accusato di essere psicologicamente instabile o un comunista.

L’Italia, nelle mani di Berlusconi, diventerà la vera minaccia dell’Europa.

Claudia Basta, Delft University of Technology, Paesi Bassi

Published in: on lunedì, 1 giugno, 2009 at 11:03 am  Lascia un commento  
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Berlusconi secondo il Financial Times (n.2) The real sin of Silvio Berlusconi

crisi

La vera colpa di Silvio Berlusconi

E’ tempo di quiz, e questa è la domanda da cento milioni. Chi è l’attraente diciottenne guastafamiglie, come viene chiamata dalla stampa europea, che recentemente ha fatto questa dichiarazione immortale: “Voglio diventare una showgirl. Ma sono anche interessata alla politica. Sono flessibile.”

Si, è Noemi Letizia, la teenager al centro della causa di divorzio intentata contro il 72enne premier italiano Silvio Berlusconi dalla moglie Veronica Lario. Leggendo l’intervista rilasciata da Noemi al Corriere del Mezzogiorno (“Canto sovente con Papi Silvio al piano, o facciamo il karaoke”), è difficile capire chi sia più dispiaciuto tra la Lario, Gino Flaminio l’ex-fidanzato di Noemi, o l’intero popolo di 60 milioni di italiani.

Flaminio ha tutte le ragioni per esserlo. Ha detto che era stato con Noemi per 16-17 mesi – “era una relazione seria” – finchè, sei mesi fa, ricevette all’improvviso una telefonata dal primo ministro. E che lui, come disse, era lui.

Flaminio probabilmente un giorno si consolerà e starà meglio senza la volubile Noemi. Per contro, i sondaggi mostrano che il popolo italiano sembra determinato a restare dalla parte di Berlusconi, il cui indice di gradimento rimane molto alto a più di un anno da quando è salito al potere per la terza volta in 15 anni.

Gli avversari di Berlusconi, dentro e fuori l’Italia, ribollono furiosamente quando vedono come lui riesce sempre a farla franca.  Ma meno di quando due settimane fa a Milano il tribunale stabilì che David Mills, un avvocato inglese arrestato per aver accettato 600,000 dollari per farsi corrompere nel 1997, è stato condannato per falsa testimonianza  per proteggere il miliardario Berlusconi e la sua holding Fininvest. In ogni altro paese dell’Europa occidentale, uno scandalo di queste dimensioni avrebbe fatto cadere il premier in un tempo minore di quello necessario per pronunciare la parola “Papi”. Ma non in Italia, dove Berlusconi l’anno scorso è riuscito a far approvare dal  Parlamento una legge che gli ha dato l’immunità penale.

Naturalmente il premier nega di aver fatto alcunchè di sbagliato e dice che è stato tutto un complotto dei giudici e dei pubblici ministeri di sinistra per distruggere la sua carriera politica. Questo rito deprimente di accuse e controaccuse tra Berlusconi ed il potere giudiziario va avanti da molti anni e non dà segno di fermarsi.

Nel giudizio della pubblica opinione, tuttavia, alcuni sono sorpresi che Berlusconi non venga ritenuto colpevole di essere stato uno dei peggiori amministratori dell’economia italiana a partire dal 1945. Il suo primo, breve governo nel 1994 non portò a termine nulla. Il suo quinquennale controllo del potere dal 2001 al 2006 viene ricordato soprattutto per la mancata approvazione delle riforme liberali di cui l’Italia ha un bisogno disperato per restare competitiva nell’eurozona. Ora, sta governando la crisi in modo tale che il Fondo Monetario Internazionale ritiene che l’Italia sarà l’unica nazione dell’eurozona in cui la recessione durerà per tre anni consecutivi, dal 2008 al 2010.

Peggio di tutto, secondo la Commissione Europea il debito pubblico italiano arriverà al 116 per cento del PIL nel 2010. In altre parole, l’Italia tornerà indiero agli ultimi anni ’90. Noemi o non Noemi, questa è la vera colpa di Berlusconi.

Published in: on domenica, 31 maggio, 2009 at 9:59 pm  Lascia un commento  
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Berlusconi secondo il Financial Times Baleful influence of Burlesque cronies

(il titolo è un gioco di parole basato sull’assonanza tra Burlesque-cronies e Berlusconi, per cui il vero significato è “L’influenza funesta di Berlusconi”)

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The Financial Times, 26 Maggio 2009

Il futuro dell’Italia non è il fascismo. Ciò va detto perché da qualcuno è stato previsto. Molti pensano che crisi finanziaria più Silvio Berlusconi siano uguale a ritorno del fascismo. Quest’ultimo dopo tutto era iniziato allo stesso modo.

Ma è una conseguenza improbabile. L’Italia all’inizio degli anni ’20, quando Benito Mussolini salì al potere, era brutalmente barcollante tra la vittoria di Pirro contro gli austriaci del 1918, il degrado della classe politica e la minaccia crescente dei totalitarismi di sinistra. Chiaramente Berlusconi non è Mussolini: lui ha squadre di veline, non di camicie nere.

I veri pericoli si trovano altrove. In più di 15 anni di carriera politica – sempre come primo ministro o come capo dell’opposizione – ha avuto l’opportunità di spostare a destra il sentimento nazionale, in modo del tutto incontrastato. E non lo ha fatto con una propaganda grezza ma attraverso una continua ostentazione di lustrini, luccichii e ragazze ed uno stile iperbolico di retorica adatta ai media, che rappresenta l’intera opposizione come comunista e sé stesso come vittima.

Oggi, in seguito alle gravi domande che gli sono state poste circa la sua relazione con una ragazza che sogna di diventare una stellina dello spettacolo – poste prima di ogni altro da sua moglie – ha mosso al suo più ostinato interlocutore, il quotidiano di centro-sinistra La Repubblica, una velata minaccia attraverso un collega ed ha cercato di raffigurare come inammissibili le domande stesse in quanto politicamente scorrette.

Ha mostrato un’identica belligeranza nei confronti dei magistrati che hanno stabilito come abbia corrotto l’avvocato inglese David Mills (per evitare l’accusa di corruzione) – chiamandoli “attivisti di sinistra” – anche se il Parlamento lo ha reso immune dall’azione penale.

Ancora insoddisfatto da un parlamento pur così favorevole, lo ha definito “inutile” ed ha affermato che andrebbe drasticamente ridotto a 100 membri, mentre il potere che dovrebbe aumentare è il suo. Ha poi cercato di sollevare le masse in suo favore, sollecitando una “iniziativa popolare” per raccogliere le 500.000 firme richieste per il provvedimento.

Ma il pericolo rappresentato da Berlusconi è di tipo differente rispetto a quello di Mussolini. E’ un indebolimento dei contenuti seri della politica da parte dei media, sostituiti dal divertimento. E’ la demonizzazione spietata dei nemici ed il rifiuto di garantire una base indipendente ai poteri in competizione. E’ il mettere una fortuna al servizio della creazione di un’immagine solida, costituita dall’affermazione di un successo senza fine e dal sostegno popolare.

Il suo dominio è in parte colpa di una sinistra esitante; di istituzioni deboli e a volte politicizzate; di un giornalismo che ha troppo sovente accettato uno status subalterno. Ma più di tutto è colpa di un uomo molto facoltoso, molto potente e sempre più spietato. Non fascista ma pericolo, in primo luogo per l’Italia, ed un esempio dannoso per tutti.

N.B. Il Financial Times è il principale giornale economico finanziario del Regno Unito. A livello di prestigio compete con il “The Wall Street Journal”, è di gran lunga il giornale più prestigioso in Europa; fonte: Wikipedia.

Il testo integrale e originale è consultabile cliccando sulla fotografia.

La terza squadra di calcio di Milano

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E’ matematico, la terza squadra di calcio di Milano, la autodefinitasi “Banda degli onesti”, ha arraffato l’ennesimo titolo fasullo della sua storia fatta di prepotenza ed illegalità.

Ai soliti svogliati festeggiamenti di rito, quest’anno i simpatici meneghini stanno pensando di abbinare quelli per il centenario del primo titolo di campione d’Italia, con la creazione di una maglia celebrativa ad hoc.

Nel pieno rispetto della tradizione che accompagna la “Banda degli onesti” giova ricordare quella prima epica impresa. Allora il calcio italiano non era una finzione come oggi, non era cioè del tutto assimilabile, come credibilità, al wrestling.

Allora le squadre più toste si chiamavano Pro vercelli, Casale, Andrea Doria, Genoa, Juventus, U.S. Milanese, Milan. Tuttavia nel 1909 in finale arrivarono la fortissima Pro Vercelli, reduce da due campionati stradominati e, a sorpresa, la terza squadra di Milano, nata tre anni prima da una costola del Milan. La federazione fissò la data dell’incontro per lo stesso giorno in cui era già prevista un’amichevole fra Nazionali militari, a cui i vercellesi avrebbero dovuto fornire numerosi giocatori. Il presidente dei piemontesi Luigi Bozino richiese ovviamente alla Federazione lo spostamento della data, ottenendone però un rifiuto conseguente a quello della terza squadra di Milano. Bozino decise quindi, in segno di protesta, di schierare la formazione giovanile composta da ragazzini di undici anni!!! convinto che a tal modo i dirigenti milanesi, per ovvi motivi di opportunità e decenza, avrebbero alfine concesso il rinvio.

Invece, inaugurando così una tradizione ormai centenaria, la terza squadra di Milano scese in campo con la migliore formazione possibile, ottenendo uno scontato successo per 11 a 3 e conquistando così la prima “perla” di una lunga collana.

Non senza una forte dose di ironia il capitano undicenne della Pro Vercelli, Sandro Rampini, prima del match consegnò ai rivali una lavagna “Così non perdete il conto dei gol che ci farete”. Naturalmente nei tre anni successivi la Pro continuò a dominare il campionato di calcio, ottenendo complessivamente cinque scudetti in sei anni. Senza quello scippo del 1910 avrebbe stabilito un record imbattibile: sei scudetti di fila.

Che la “Banda degli onesti” dia il via ai festeggiamenti!

Published in: on domenica, 17 maggio, 2009 at 3:01 pm  Comments (3)  
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Mister Obama!!! Mister Obama!!! i’m partly free!!!

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La libertà di stampa si sta riducendo in tutto il mondo, e l’Italia non è esente da questa forma di degrado.

Nel rapporto 2009 di Freedom House (organizzazione autonoma con sede negli Stati Uniti, che si pone come obiettivo la promozione della libertà nel mondo), infatti il nostro Paese viene declassato per la prima volta da Paese ‘libero’ (free) a ‘parzialmente libero’ (partly free), unico caso nell’Europa Occidentale insieme alla Turchia. (Rosaria Amato, La Stampa, 1 maggio 2009)

Non è sicuramente una bella notizia, l’Italia passa per la prima volta dal gruppo dei Paesi occidentali a forte tradizione democratica a quello dei Paesi sudamericani e balcanici. Eppure molti continuano a sostenere che la libertà di opinione non è in pericolo, che la stampa è in mano all’opposizione, che la tv è pluralista.  Mah! Spero solo che quando suonerà la sveglia per tutte le coscienze addormentate non sia troppo tardi.

cliccando qui potete osservare il planisfero di Freedom House riferito al 2009

cliccando qui potete osservare lo stesso planisfero com’era nel 2008

Published in: on sabato, 2 maggio, 2009 at 7:53 am  Lascia un commento  
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Il maiale …. è impuro per voi

capsuleChi ha letto la Bibbia ricorderà che nel libro del Levitico è scritto che “il maiale, perchè ha l’unghia bipartita ma non rumina, è impuro per voi. Non mangerete la loro carne e non toccherete i loro cadaveri” (Lev. 11, 7-8).

Ma la presunta impurità del maiale nulla ha a che vedere con l’attuale (e altrettanto presunta) emergenza sanitaria.

In quanto veterinario, tuttavia, il flagello più grande in caso di emergenza sanitaria è rappresenato dal dover rispondere sempre alla stessa domanda, postami da decine di persone ogni giorno: posso mangiare la carne di maiale e stare tranquillo/a?

Che poi è la stessa domanda che veniva posta durante le cosiddette emergenze aviaria (posso mangiare la carne di pollo?), mucca pazza (posso mangiare la carne di vitellone?), melamina (posso bere il latte?), diossina (posso mangiare la carne di maiale?) e così via.

Premesso che nel campo delle scienze biologiche nulla è dato per assolutamente certo e prevedibile, vorrei proporre alcune considerazioni che forse aiutano a non farsi prendere da ansie irrazionali e più in generale a non farsi manipolare da un certo tipo di informazione che sulle paure della gente ci sguazza e contribuisce a muovere consistenti capitali (è di oggi la notizia che i titoli delle industrie farmaceutiche siano in forte rialzo in tutte le borse).

a) Perchè tutti si ostinano a chiamarla influenza suina o febbre suina? In effetti non si capisce bene perchè, in quanto di suino ha ben poco. Il ceppo che si sta diffondendo nel mondo è un ceppo umano sul quale si sono “innestate” due parti provenienti rispettivamente dal virus dell’influenza suina e dal virus dell’influenza aviaria. Al più si potrebbe quindi chiamare influenza dei porci con le ali.

b) Sono morte più di cento persone sulle centinaia che sono state ricoverate negli ospedali messicani, quindi la mortalità è altissima! Innanzitutto la percentuale di morti rispetto alle persone ammalatesi è infinitamente più bassa. E’ poi evidente che chi viene ricoverato in ospedale ha già seri problemi di salute. E’ infine altrettanto vero che ogni anno in Italia si ammalano di influenza  milioni di persone e ne muoiono migliaia (sulle decine di migliaia che vengono ricoverate in ospedale), ma di questo sembra che nessuno si preoccupi.

c) Chi si ammala rischia la vita. Balle, a rischiare la vita sono sempre e solo i soggetti più deboli, oppure le persone che, pur ammalandosi, non si curano e quindi passano dall’influenza virale alla broncopolmonite batterica. E tra queste ovviamente ci sono i meno abbienti, gli anziani soli, i clandestini, ecc. ecc.

d) Hanno detto che la carne suina italiana è sicura. Certo che è sicura, come lo è quella messicana o quella di qualsiasi altro posto al mondo, anche se da noi non arriva. Il virus dell’influenza invade e si moltiplica nelle cellule epiteliali dell’apparato respiratorio, quindi viene eliminato solo per via aerea con colpi di tosse e starnuti. Poi, come visto al punto a), questa influenza si trasmette solo tra esseri umani, quindi il consumo di carne suina non c’entra nulla con la diffusione dell’influenza.

e) La pandemia sta arrivando in Europa, quindi non c’è tempo per preparare il vaccino, allora vado subito a comprare un bel farmaco antivirale come hanno detto al telegiornale (come sono furbo!). Non è proprio così. Prima di tutto perchè nel nostro emisfero sta arrivando l’estate, stagione in cui le epidemie influenzali non sono certamente favorite dal clima, anche perchè il virus resiste pochissimo nell’ambiente esterno quando fa caldo. Ragion per cui l’eventuale pandemia colpirà prima l’emisfero sud dove si va verso la stagione fredda (America latina, Africa, Oceania) e poi arriverà da noi in autunno, ossia quando il vaccino sarà già disponibile.

CHIARO???

Dimenticavo…. altra notizia di oggi è che il ministro del welfare abbia parlato di 40 milioni di dosi di farmaci antivirali pronti per noi. Ma questi farmaci sono utili solo quando siamo influenzati, quindi la decisione per il momento fa bene solo alla salute delle industrie farmaceutiche.

Dimenticavo…. la moglie del ministro del welfare è il direttore generale dell’associazione delle imprese del farmaco.